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19 luglio 2015 – 72° anniversario del bombardamento di Roma



Cielo di Roma, 19 luglio 1943, ore 11,02.


La mano del tenente puntatore Owen Gibson è artigliata sulla cloche  che apre il vano bombe, il dito pronto sul bottone di sgancio. Il suo sguardo è fisso all’oculare della scatola di puntamento attraverso cui vede scorrere lentamente Roma. Le anse del Tevere che dividono in due la città, bordate dalle strisce verde intenso del fogliame dei platani; l’ammasso dei tetti rosso ruggine; i grandi palazzi di pietra color ardesia e lo slargarsi delle piazze. Roma completamente indifesa da al puntatore Gibson un’idea di calma irreale, come di pigrizia, nel mattino assolato. Finora niente contraerea. Nessun caccia.

Il tenente vede la cupola di S. Pietro e la grande tenaglia del colonnato che abbraccia la piazza; il suo sguardo è attratto dalla fontana al centro e, in mezzo ai palazzi vaticani, dal verde simmetrico e denso dei giardini. Subito dopo sfila la sagoma ottagonale di Castel S. Angelo coi fossati che lo circondano. Nell’auricolare dell’interfono la voce del pilota gracchia rivolta al puntatore: “E’ tutto tuo Owen. Quando vuoi”.

Tra poco entreranno nel mirino gli scali ferroviari e i depositi militari nella zona Nord Est della città. Il tenente Owen Gibson guida la prima ondata. La prima bomba che sgancerà sarà il segnale per gli altri aerei che lo seguono.

Su Roma assolata e millenaria sta per precipitare l’inferno. Da secoli Roma non subisce una tale distruzione. Gli ultimi a devastarla furono i Lanzichenecchi. Dopo 416 anni, il tenente Gibson, un ragazzone di 23 anni che viene da una cittadina del Colorado, dov’è nato e lavora come commesso in un supermercato, sta per liberare di nuovo su Roma gli angeli sterminatori dell’Apocalisse.

Eccolo, lo scalo San Lorenzo. La raggiera delle rotaie e degli scambi e i lunghi edifici rettangolari intorno brillano, nel visore. Collimano nel mirino graduato: “Fuori!”, urla il tenente Gibson nella sua mente e nella stessa frazione di secondo la sua voce scandisce via radio: “Bombe fuori!”, a tutti gli altri bombardieri e il suo dito preme il pulsante rosso.

Roma 19 luglio 1943. L’afa arroventa la città. L’aria è immobile. Il termometro segna 38° all’ombra. Non fa così caldo da almeno 50 anni. Una forza d’acciaio immensa di 930 aerei che coinvolge circa sette mila uomini è arrivata sul cielo di Roma.

Sono le 11.02 del 19 luglio 1943. Un diluvio di bombe si abbatte sul quartiere di San Lorenzo. Si staccano dalle fusoliere come confetti argentati, uno attaccato all’altro. Brillano nel sole mentre si sgranano verso il basso. Bombe dal 500 libre, 250 chili. All’inizio precipitano orizzontalmente, poi le elichette sulla coda le drizzano lentamente e già dopo i cinquecento, mille metri, si mettono di punta e vanno giù aumentando sempre più di velocità.

Il primo stick di bombe centra in pieno i binari, due vagoni e un capannone dello scalo merci di S. Lorenzo. Le altre bombe si abbattono sui tralicci, le cabine elettriche, gli scambi, i magazzini di smistamento, gli uffici, i convogli in sosta. Una parte degli stick sganciati investe in progressione il viale dello scalo di San Lorenzo e il viale del Verano che ne costituisce il proseguimento.

I bombardieri che seguono hanno l’ordine di mirare strettamente alle nubi di polvere, al fumo e agli incendi provocati dal primo passaggio, ma ad ogni ondata la zona coperta dal fumo, vista dall’alto, s’allarga sempre di più e inevitabilmente i grappoli di bombe finiscono ben oltre lo scalo. Viene investito in pieno il quartiere S. Lorenzo, il Verano, vengono colpiti edifici dell’Università, del Policlinico. E’ colpito il tratto di Porta Maggiore; è colpita Via del Pigneto. E ancora Via Montebello, Via Giovenale, Piazza S. Croce in Gerusalemme, Piazza Bologna, Via Lorenzo il Magnifico,  Viale Manzoni. Perfino Città Giardino e Villa Clementi. Sono colpiti anche lo scalo ferroviario sulla via Salaria, davanti al quale vi è l’aeroporto dell’Urbe e infine l’aeroporto di Ciampino.

Ma il più colpito è il quartiere di S. Lorenzo. Una bomba centra in pieno l’orfanotrofio statale che ospita 500 bambini in via dei Sabelli. Al numero 72 di via dei Reti c’è il carcere minorile. I custodi scappano senza curarsi di aprire lucchetti e serrature, i ragazzi detenuti urlano dal terrore. Una quarantina di loro rimane sotto i crolli e i detriti. Bombe cadono sul convento delle suore Concezioniste, sui ricoveri che diventano trappole, sulla fabbrica di birra Wührer di via degli Apuli, sul Pastificio Pantanella, sulle botteghe dei marmisti, sulla Basilica di S. Lorenzo, sulla zona monumentale del cimitero in un osceno groviglio di ossa e corpi di gente appena colpita, busti di marmo, croci e lampade votive. Vengono colpite la sede romana della FIAT in viale Manzoni e la centrale del latte di Via Turati; è distrutta la grande autorimessa dell’ATAC su via Prenestina.


(dal libro “Venti Angeli sopra Roma” di Cesare De Simone).
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