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Il DLF Roma partecipa alla Settimana della Memoria





"..... Arrivò il 1943, l’anno cruciale per gli ebrei romani. Dopo l’8 settembre ci vennero sospese le carte annonarie e trovare da mangiare fu un vero dramma.
Dopo l’armistizio i tedeschi divennero occupanti. Noi romani eravamo confusi, frastornati, non capimmo subito cosa volesse dire. Ci pensarono i Tedeschi a chiarirci le idee.
Il 26 settembre pretesero la consegna di 50 kg. di oro, altrimenti duecento capifamiglia sarebbero stati deportati… Capirai… 50 kg d’oro, durante la guerra, quando pure un uovo era un bene di lusso… Ho negli occhi mia madre che raccoglie tutto quello che ha in casa… braccialetti, catenine, tutto… E poi quei gradini.
Un monte calvario di mortificazione e silenzio e trentasei ore in tutto. Ma ci riuscimmo, anche grazie a persone non appartenenti alla nostra Comunità.
E ci mettemmo tranquilli.
Di certo, ora che avevano l’oro, i tedeschi si sarebbero accontentati. Papà però non la pensava così. Andò a piazza Giulia subito dopo la consegna dell’oro e si mise a dire a tutti “Prendete la vostra roba e andatevene. Siamo in pericolo, vedrete che non si fermeranno a questo”. Aveva ragione. Pochi giorni dopo ci sarebbe stato il rastrellamento del Ghetto di Roma. Portarono via le mie zie con i loro bambini, e altri nostri parenti. Vennero anche da noi, ce lo dissero i nostri vicini. Si presentarono con le accette per abbattere la porta di casa nostra. Ma noi eravamo via.  Papà ci aveva caricato tutti, su una 103, e per portare via quanti più membri della famiglia aveva fatto diversi viaggi… un mio zio viaggiò sul predellino e noi bambini, a ridere perché col freddo che faceva lo avremmo ritrovato come un ghiacciolo… Che bella quell’incoscienza che ti strappa un sorriso anche di fronte alla morte… E così mio padre ci portò via, noi, i nonni, i nostri zii. Si preoccupò di mettere in salvo i parenti stretti di mamma, per quanto possibile. Le sue sorelle avevano contratto matrimoni cattolici e si erano convertite, erano al sicuro.
Di fatto, si salvarono.

Prima tappa, Acuto, poi Olevano Romano. Non avevamo niente. pagata la pigione di chi ci prendeva a stare con sé, poi restava il problema di sfamarci tutti. Ecco… la fame. Il freddo e la fame. Questo mi assale quando ripenso a quei giorni. E poi la cattiveria umana… e la bontà… Che per noi erano una mela negata o una mezza pagnotta regalata… Ogni tanto mio padre tornava a Roma per prendere dal negozio un taglio o due di stoffa con cui sfamarci… Ma stare fuori era un disagio così grande che decidemmo di tornare, soprattutto per mio nonno… Era vecchio… i continui spostamenti e i ricoveri di fortuna non gli giovavano. e poi si credeva che la retata del 16 ottobre non avrebbe avuto eguali nel panorama degli orrori che già ci era toccato di affrontare. L’uomo fa così. Ha sempre bisogno di credere all’ipotesi migliore. E noi ci mettemmo a pensare al presente. E tornammo a Roma. Ma Roma, la nostra città, non era più un ventre di madre per noi… la nostra Roma era diventata una matrigna. Le sue strade erano irte di pericoli, chiunque avrebbe potuto tradirci per denaro… Sì, perché la cattura di un ebreo veniva ricompensata in denaro, ma anche in quei casi c’era chi era un prigioniero di serie a e chi no… per un ebreo adulto venivano date 5000 lire, una donna ne valeva tremila e un bambino appena mille. E Roma si divise. C’era chi ci avrebbe venduto, per odio o per necessità, e c,era chi arrivò a rischiare la propria vita per salvarci. E fra loro, il fiume umano più denso e numeroso… quello degli indifferenti, di chi si faceva i fatti propri… Non è facile giudicare, certo… ma il pensiero mio va a chi ci aiutò, come i Proietti, o i Giolitti, quelli della gelateria… e va pure a chi ci vendette. ma questa è un’altra bambolona della mia matrioska.


 
E così, dopo una serie di avventure, ci stabilimmo a casa di zia Gemma, di fronte a casa di nonno, all’82 di Via Madonna dei Monti. C’erano pure zia Clara e zio Pacifico con le loro famiglie. Era dura e avevamo paura, ma eravamo ancora insieme. Insieme a sperare in un futuro migliore, nel ritorno di quelli che erano stati portati via, in una nuova coscienza umana e civile che ci avrebbe visto tutti cittadini del mondo… Era marzo, ed era il 44. La mattina del 21, mio cugino franco e io camminavamo sotto il primo sole di primavera. Era il compleanno di mio cugino. Compiva diciassette anni. Era il suo tempo, erano i suoi anni verdi, ma lui mi confessò di sentirsi addosso una grande malinconia, qualcosa di più forte dei sentimenti che la situazione che stavamo vivendo ci suscitava. Era come un presentimento, come se qualcosa di terribile stesse per accadere… Io lo guardavo annichilita… che altro sarebbe potuto accadere?

Mio cugino viveva col padre e la famiglia nella bottega/abitazione di fronte casa nostra. Insieme a loro era andata a vivere anche la zia Clara perché doveva partorire, era una necessità. E adesso devo raccontare al presente, perché quello che ho vissuto fluttua in un tempo senza passato né presente…
 

Sono le otto, a Roma scatta il coprifuoco.

Mia sorella Valeria, che non ha ancora nove anni, attraversa la strada. Zia gemma ha preparato i latticini, e mia sorella ne sta portando un piatto a nonno Mosè.

Valeria bussa, ma invece di un parente, le apre la porta un tedesco armato. Ovunque, in casa, ci sono tedeschi. Rovistano in ogni dove, gettano tutto per terra, e dicono ai nostri parenti di prepararsi, li porteranno via. Mia nonna intanto parla con loro e cerca di capire dove andranno, se sia possibile portare con sé farina, zucchero, coperte per i bambini.

Valeria entra e capisce. Con i suoi nove anni, capisce. Vede una tavola imbandita di una cena che nessuno mangerà mai. Posa il piatto e va verso la porta. Un tedesco le sbarra la strada. Lei si gira verso zio Angelo e gli chiede, in ebraico per non farsi capire “Che dici? faccio resciùd?”. Significa “scappare”. Zio la ferma. “Non muoverti, o prendono anche i tuoi”.

Intanto i tedeschi iniziano a far salire sul camion gli altri parenti, accendono il motore. Io e mia madre sentiamo il rumore e corriamo alle persiane della finestra. Solo i mezzi militari possono circolare dopo il coprifuoco. E noi col cuore in gola li vediamo.

E mia sorella si incolonna dietro a zia Clara che ha in braccio il bambino di diciotto giorni. Ma di fronte alla bocca spalancata del camion perde il controllo e fa di testa sua. Ha capito tutto, ma ha solo nove anni, ha paura e in testa ha solo mamma e papà, non si rende conto che così facendo farà prendere anche noi, Valeria non vuole fare l’eroe, vuole fare la bambina. Vuole abbracciare mamma e papà e piangere perché hanno portato via i nonni e gli altri, non le interessa altro che non sia il rifugio di quelle braccia, il sollievo di quell’abbraccio.

Noi lasciamo le finestre e ci nascondiamo in un ripostiglio, con le orecchie che ronzano, il cuore in tumulto, l’inferno che che ci piomba addosso, i pensieri, la paura, le preghiere….

E Valeria che grida, davanti alla porta “Papà!!! Papaaaaaà!!!!”

E mio padre esce. Dentro casa, sua moglie e quattro figli, fuori, la sua bambina. E un fascista, che l’ha inseguita e dice di doverla riportare indietro in quanto ebrea.

Ma mio padre lo sa, lui lo sa cosa deve dire. E’ da tanto che studia quella parte, l’ha imparata a memoria, si è figurato mille volte quel momento, e adesso è pronto. Mostra alla guardia un documento falso, col nome di Urbani e dichiara “Lei sbaglia. Noi siamo ariani, questa bambina è mia figlia”. E il fascista allora li riaccompagna dai tedeschi a spiegare la questione, a mostrare il documento… i Tedeschi si spazientiscono, è tardi, hanno già un bel bottino, è scattato il coprifuoco, quella bambina se ne deve andare, che se si mette a gridare sono guai… E mio padre la prende per mano e torna a casa. Trema, quel pover’uomo. In pochi metri, c’è tutto ciò che ama di più al mondo. Cammina lentamente, pregando che non gli sparino alle spalle, sennò chi penserà alla sua famiglia? E così, nella stessa strada, si muoveva chi si salvava e chi andava a morire… Molti anni dopo, di fronte alla posa delle pietre d’inciampo in memoria di quelli portati via quella notte, mia sorella disse “Qui doveva esserci la mia”. Morì quel giorno una parte di lei.

Negli anni, non ho potuto non pensare alle ultime parole di mio zio “se scappi, prendono anche i tuoi”. Le sue ultime parole sono state per noi, mentre la morte gli soffiava sul viso, lui pensava alla nostra salvezza.

 
A quel terribile momento, sette membri della mia famiglia, tutti uomini, sopravvissero solo tre giorni.Tre generazioni spazzate via in un pomeriggio di sole e sangue. Dieci italiani per ogni tedesco ucciso a via Rasella. Agnelli sacrificali ammassati nelle carceri di via Tasso e Regina Coeli. Li chiamavano un per uno, con la scusa di portarli a lavorare. Franco, mio cugino, il ragazzino che si struggeva al presentimento di qualcosa di orribile, non venne chiamato. Fu lui a farsi avanti. Vide i suoi pronti a partire, e ignorandone la sorte chiese “vanno a lavorare, posso andare con loro?”. L’amore. Durante quegli anni terribili, l’amore poteva condannati a morte. Franco non voleva separarsi dai suoi. Ne seguì il destino. Mio nonno con i suoi 74 anni fu il più anziano dei caduti alle Fosse Ardeatine. Vista la sua età, ci fu chi si offrì ad andare a lavorare al suo posto, quando lo vide ricevere la chiamata. Finì che li presero entrambi. Mio caro ignoto, il tuo sacrificio è stato vano, ma mi piace pensare che mio nonno sia andato alla morte assieme a chi gli abbia saputo dimostrare un po’ di umanità. Quando arrivarono, mi fu raccontato, i tedeschi gridarono “fianco dest”. Mio nonno si confuse e si girò dall’altra parte. Gli altri detenuti si misero a ridere, buon Dio, a ridere, che ne sapevano loro? loro credevano che si fosse lì per lavorare e avevano ancora voglia di scherzare. Un nazista si avvicinò a mio nonno e lo schiaffeggiò. Questa cosa mi fa molto male. Mio nonno aveva le guance morbide, tonde, che sapevano di borotalco. Quello schiaffo su quel viso tenero mi ferisce ancora oggi.

Cosa furono le fosse ardeatine lo sappiamo tutti.  I detenuti venivano fatti entrare a gruppi di cinque, in fila, fatti inginocchiare, e lì ricevevano il colpo mortale alla nuca. Solo i primi furono fortunati, gli ignari. A tutti quelli che entrarono dopo, toccò lo strazio di comprendere la propria sorte alla vista dei corpi di quelli già giustiziati. cosa avranno pensato? Avranno avuto il tempo di una breve preghiera, di chiedere perdono per ciò che era rimasto in sospeso, di rivedere con gli occhi della mente il volto dei propri cari? Mi viene in mente solo un verso di Mario Cavaradossi nel finale della Tosca… “E non ho amato mai tanto la vita”.

Dei miei parenti portati via quella sera di marzo non tornò nessuno. Oltre i martiri delle fosse ardeatine, c’erano gli altri, che vennero portati a Fossoli e poi ad Auschwitz. Ultima destinazione : la canna di un crematorio. Non li registrarono neppure, furono mandati a morire senza neppure il tatuaggio sul braccio. Diciotto persone, che devono tutta quella sofferenza a un uomo : Leonardo Leonardi. Dopo la guerra fui chiamata a testimoniare contro di lui, ma non me la sentii. La mia deposizione risultò tuttavia ininfluente, perché il leopardi fu trovato in possesso di una cospicua somma di denaro, che giustificò dicendo che si era venduto dei denti d’oro. Il giudice lo zittì “Erano forse zanne di elefante, le sue?”. Fu condannato a 21 anni, ne scontò nove. Appena due per ognuna delle vite che aveva contribuito a spegnere.

La guerra finì. Il ritorno alla normalità, alla vita, mi illudeva che un giorno i miei cari sarebbero tornati. Fu mia madre a spegnere le mie speranze, rispondendomi gelida che non sarebbe tornato nessuno. Un giorno, si venne a sapere che alle fosse Ardeatine c’erano dei cadaveri. si Sapeva che c’era stata la rappresaglia, ma il comando Tedesco non aveva mai comunicato i nomi dei giustiziati. Chi andò alle cave riferì che era impossibile anche solo pensare di dare un nome a quei corpi… I morti erano calcinati fra loro in un unico amalgama, sarebbe stato necessario staccarli per poter procedere a un tentativo di identificazione. Fu proposto di murare la cava e farne una tomba, ma i parenti delle vittime non lo accettarono. Volevano una lapide a cui portare un fiore. Di questo doloroso ufficio si occupò un medico ebreo, Attilio Ascarelli. Voleva dare un nome a quei poveri resti. Ad aiutarlo, pensarono le donne. All’epoca i vestiti non erano industriali, li cuciva un sarto, e le donne, a casa conservavano un taglio delle stoffe usate per eventuali riparazioni. Alle fosse Ardeatine c’erano tanti brandelli di stoffa lavati e sterilizzati, appesi a un filo con delle mollette e numerati. I sogni, le speranze, le paure, i ricordi, tutti lì, in un pezzetto di stoffa. E ogni volta,quanto dolore, quanto dolore…

 
Il tempo è una dimensione soggettiva, ognuno lo vive a modo proprio. Io sono rimasta in un eterno presente. Per me è successo oggi, tutto quello che ho vissuto è qui, con me, e non ho passato giorno senza svegliarmici la mattina e andarci a dormire, la notte. E’ un dolore che non passa, che non può passare. Ho cercato di costruirmi una vita, ma non sono riuscita. Mi hanno rubato il mondo, e io sono rimasta qua. Quando è arrivato il momento di costruirne uno mio, non avevo più idea di come potesse essere fatto. Tutto ciò che mi resta è il bisogno fisico di testimoniare. E’ una necessità che mi procura anche tanto dolore, perché sento le ferite riaprirsi, la carne farsi viva al ricordo… ma è un mio preciso dovere. Sento di dover prestare la mia voce a chi non ha potuto più parlare. Questo percorso iniziò quando in una trasmissione televisiva venne fatta vedere la foto di una donna vestita di nero alle fosse Ardeatine con un’altra donna svenuta fra le braccia. Si cercava chi fosse. Chiamai in trasmissione. la donna della foto era mia madre. Fui invitata in studio. Dopo l’intervista ricevetti molte chiamate, le persone volevano dimostrarmi il loro affetto, la trasmissione li aveva toccati. Fra le telefonate, arrivò quella di una televisione americana, la ABC. Il giornalista che mi contattò mi chiese se sapessi che Erik Priebke, il responsabile dell’eccidio delle fosse Ardeatine, viveva indisturbato a Bariloche, in Argentina. La tacita richiesta era quella di fare pressione al governo di Buenos Aires perché quel criminale venisse estradato. Dovevo andare. Era tutto pronto. Delle spese di viaggio si occupò il Comune di roma. bariloche è un piccolo paradiso ai piedi della cordigliera andina, che l’organizzazione Odessa aveva trasformato in una sorta di casa di riposo per nazisti in pensione. Da lì erano passati Eichmann, Mengele, e anche Priebke. Ci andai, portandomi solo la mia convinzione. Mai mi sarei aspettata di essere accolta così. Ovunque testimonianze di affetto e sale gremite da persone che ascoltavano, che volevano sapere. Incontrai anche le madri di plaza de Mayo, in quell’Argentina sfigurata dal triste capitolo dei desparecidos. Fu facile riconoscerci. Forse perché le persone infelici, come le città infelici, si assomigliano un po’ tutte. Tornai in Italia e finalmente arrivò l’atteso momento in cui il governo argentino dovette votare pro o contro l’estradizione di Priebke. E votò di no. Mi telefonò un giornalista argentino per dirmelo, era sconvolto. Ma l’Argentina non permise che ci si dimenticasse di Julia, lì mi chiamavano così, e furono tante e tante le proteste, che le autorità si riunirono di nuovo. Era il 1995. Priebke veniva finalmente estradato per essere giudicato.

I processi furono tre. Il primo si svolse al Tribunale militare di viale delle Milizie nel 1996. A testimoniare c’eravamo tutti noi, parenti dei martiri, un lungo canto di dolore e strazio. La difesa dell’avvocato di Priebke, invece, era sempre la stessa…aveva agito perché doveva, perché costretto, perché altrimenti avrebbero ucciso lui e la sua famiglia. Balle. Nessun militare tedesco venne condannato per essersi rifiutato di trucidare degli inermi. Al massimo, si poteva essere degradati. Ciononostante io scoprivo, con angoscia e disgusto profondi, quanta empatia Priebke riuscisse a suscitare ovunque. Dopo un’attesa lunga un pomeriggio, arrivò la prima sentenza… Coglievo con doloroso stupore termini come “non doversi procedere”, reato “estinto”, “prescrizione”… Priebke era libero. Per la prima volta piansi. Vederlo andare via senza nemmeno una nota di biasimo, ecco, non era giusto. Semplicemente non era giusto. Torna a casa stremata. Mi telefonò mio figlio. “Mamma, siamo tutti al tribunale, c’è anche una scolaresca tedesca, Priebke non lo facciamo uscire, sta succedendo il finimondo!”. Accesi la tv. Una folla immensa che si scagliava contro Priebke. Accade di tutto. I monumenti di Roma, per ordine del sindaco Rutelli, vennero oscurati, il camion che doveva portare via il boia era stato circondato, arrivò il ministro di Grazia e Giustizia Giovanni Maria Flick. Si doveva tentare una soluzione. Dato che c’era una richiesta di estradizione anche da parte della Germania, si poteva continuare lo stato di detenzione. Fu emesso un provvedimento restrittivo e venne convocato un nuovo processo. Si svolse nell’aula bunker del Foro italico. Di nuovo, da un lato la triste danza dei testimoni, dall’altro il beffardo delirio di efficienza dell’imputato. Gli diedero 15 anni; con le riduzioni di pena e i mesi già scontati si riducevano a cinque. A noi andava bene. Eravamo stanchi, tutto ciò che volevamo era non far calare l’impunità del silenzio su quanto era successo. Ci saremmo accontentati. Noi. Priebke no. Voleva andarsene da uomo libero, senza macchia. Fece appello. Ed ecco il terzo processo, questa volta in un’aula del carcere di Rebibbia. Fu un processo appassionato, intenso. Le accuse erano di crudeltà. Fummo chiamati a testimoniare su questo. All’imputato venne chiesto “Quanti ne ha uccisi?”

“Uno o due”.

“Quanti? uno o due?”

"Uno o due, non ricordo bene”.

“Certamente non ricorda”, ribattè l’avvocato, “stava uccidendo dei cani. Per lei uno o due erano la stessa cosa”.

E noi testimoni davanti a lui, a condividere ricordi e dolore, a ingoiare il nodo alla gola che impediva di parlare, di respirare, tutti uniti da quel buco nero in fondo allo stomaco che aveva ingoiato chi eravamo e chi saremmo stati, con gli occhi verdi, neri, azzurri che erano gli stessi occhi, con la voce acuta, grave, flebile, che era la stessa voce. tante vite. Un solo dolore. In attesa di una giustizia che non sapevamo se sarebbe arrivata. A guardare l’orologio, a contare i minuti, un’eternità fatta di poche ore che conteneva tutta la nostra vita, poi la chiamata.
La sentenza. Ergastolo. Ergastolo. ERGASTOLO. Nonno!!! Ergastolo! per le tue guance di borotalco, ergastolo! Franco!!!! Ergastolo!!! per i tuoi diciassette anni, Ergastolo!!! Voi, voi, rami spezzati del mio albero, voi, lo sentite? Lo senti, zio Pacifico? Lo senti Marco? lo senti? Giulia lo senti? Giulia, senti……


Niente. niente. Niente. Non sentivo niente. nessun trionfo. Nessun sollievo. Lo stesso identico dolore. Niente. Non era cambiato niente. Non desideravo per lui nessuna pena particolare, non cercavo vendetta, io volevo giustizia. E la giustizia è qualcosa della testa che non ferma il cuore.

Soddisfatta? Anche noi abbiamo avuto l’ergastolo.
Tanti anni fa e abbiamo scontato ogni singolo giorno.

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