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Il piacere di vivere ancora




Anna stava attraversando un momento difficile della sua vita, un momento in cui la parola fine sembrava voler racchiudere anche i più piccoli brandelli di se, del suo passato, dei suoi sentimenti, delle sue aspirazioni, dei suoi sogni ormai irrealizzabili.

Affondò le mani nei cassetti e buttò tutto fuori, così come avrebbe voluto buttare fuori dal suo corpo tutto ciò che le era diventato indigesto e che la soffocava nella bocca dello stomaco.

Le si impigliò fra le mani una camicetta di chiffon di un bel rosa confetto, con il colletto ricamato, che ricordava di aver indossato il giorno della sua laurea. La tirò a se, la strinse al petto e in un attimo le riaffiorarono alla mente vecchi ricordi.


Aveva più volte tentato, con tutte le sue forze, di respingere quei pensieri ossessivi e di creare un’immagine di se diversa, che non gli apparteneva; sapeva che se l’era cucita addosso esclusivamente per compiacere gli altri e, dimenticando di rispettare prima di tutti se stesso, si era lasciato travolgere. La sua vita era diventata un inferno, viveva ossessionato da un rapporto conflittuale anche con la sua famiglia  che non lo accettava. Rinunciò dolorosamente a quello che solo lui sapeva essere il suo grande amore, un suo compagno di scuola che era stato suo compagno di vita e di gioco, e che aveva tenuto sempre gelosamente nascosto nel profondo del suo cuore, nella paura  di volerlo ammettere prima di tutti a se stesso. Aveva da sempre dovuto soffocare i suoi sentimenti e, con molto rispetto per gli altri e tanta sofferenza personale, aveva mantenuto quel suo contorto rapporto di amore e di amicizia.

Il suo amico però era diverso! Non era mai stato il compagno che intimamente Francesco avrebbe voluto che fosse. Non la pensava come lui perché geneticamente non era come lui, ma la loro amicizia andava oltre l’apparenza.


Francesco, urlò al telefono Anna, “ho assoluto bisogno di parlarti! Ti prego, sono scioccata! Sfogliando una rivista ho letto dei dati assurdi! Dobbiamo assolutamente fare qualcosa!”

“Anna “ rispose Francesco, "calmati! Che succede? Spiegami meglio!”

“Non posso al telefono” rispose, “vediamoci al più presto!” In brevissimo tempo Francesco fu da lei.

Anna aveva in mano una rivista che riportava alcuni dati sulla campagna di raccolta fondi per il progetto Stand Up for African Mothers e che titolava: “Più ostetriche per salvare più vite: vogliamo formarne 15.000 entro i prossimi tre anni”.

Voglio partire, “Francesco, sento che il mio posto è là!” disse Anna guardandolo fisso negli occhi.

Francesco vide in lei tutto l’amore che aveva dentro e che voleva in qualche modo esprimere e questo era il suo modo: donarsi, anche fisicamente, a quelle donne, a quei bambini.


Anche Carlo era pieno di lavoro e la sua attività di psicologo era rivolta soprattutto ai bambini, quei bambini che si incontrano a frotte  nelle strade, con i denti bianchissimi e i sorrisi dolci, quei bambini cresciuti troppo in fretta, perché la strada non permette loro di esserlo a lungo!

Qui la strada è come la jungla: vince il più forte! Nella realtà di ogni giorno i soprusi non mancano e le violenze sono all’ordine del giorno a danno dei più deboli che subiscono in silenzio, riportando spesso lacerazioni fisiche e psichiche.

 

 





 

 

 

 

 

 

 

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