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All’ipotetico lettore - Margherita Guidacci

Ho messo la mia anima fra le tue mani.
Curvale a nido. Essa non vuole altro
che riposare in te.


Ma schiudile se un giorno
la sentirai fuggire. Fa’ che siano
allora come foglie e come vento,
assecondando il suo volo.
E sappi che l’affetto nell’addio
non è minore che nell’incontro. Rimane
uguale e sarà eterno. Ma diverse
sono talvolta le vie da percorrere
in obbedienza al destino.


GUIDACCI, Margherita. - Nacque a Firenze il 25 apr. 1921 da Antonio, avvocato, e da Leonella Cartacci.

Figlia unica, trascorse un'infanzia e un'adolescenza solitarie, a contatto con un mondo di adulti e di anziani senza stabilire relazioni amichevoli con i coetanei, dedicandosi soprattutto allo studio e alla lettura. Erano per lei occasione di distrazione i soggiorni estivi a Scarperia, paese d'origine dei genitori, dove maturò quel rapporto con la natura che sarebbe diventato motivo ricorrente nella sua poesia.

A Firenze frequentò la scuola elementare e il ginnasio inferiore presso l'istituto "Ingl. Ital." quindi, nel 1934, passò al liceo Michelangelo. Nel 1939 si iscrisse alla facoltà di lettere e scoprì la letteratura contemporanea attraverso l'insegnamento di G. De Robertis, con il quale si laureò, nel 1943, discutendo una tesi - ritenuta audace e ottenuta dopo molte insistenze - sulla poesia di G. Ungaretti.

In questa circostanza, per andare alle radici della formazione ungarettiana, aveva approfondito la letteratura francese, in particolare l'opera di S. Mallarmé e di P. Valéry.

Nella Firenze degli anni Quaranta, interessandosi di poesia, la G. si trovò inevitabilmente a confrontarsi con l'ermetismo ma, dopo poche prove nella linea di tale poetica, si accorse che non le era congeniale, sentendo il bisogno di esprimersi in un linguaggio magari "impuro", ma denso di pensiero e più concreto. La religiosità del suo spirito, alimentata dal clima familiare e dalla lettura dei testi sacri, la coscienza del mistero insito nella vita e nella morte, che non trova risposte se non nella fede, la avvicinarono a scrittori quali Emily Dickinson e T.S. Eliot.

Proprio l'interesse per la letteratura inglese e angloamericana la portò, dopo la laurea, a dedicarsi allo studio della lingua (nel 1947 si recò anche in Irlanda per un soggiorno di studio) e, già nel 1945, aveva cominciato a pubblicare traduzioni dalla Dickinson, da E. Hemingway, W. Blake, Hilda Doolittle e L.W. Shenfield (apparse sulla rivista Rassegna, dall'aprile al dicembre 1945).

L'attività di traduttrice continuò ininterrottamente quasi fino alla morte, riguardando un gran numero di scrittori, tra i quali: J. Donne, Sermoni (Firenze 1946); M. Beerbohm, L'ipocrita beato (ibid. 1946); T.S. Eliot, Morte degli elementiAlla Madonna (in Rassegna, gennaio 1946, n. 8, pp. 32 s.) e Burnt Norton (uno dei Four Quartets, in Paesaggio, giugno-luglio 1946, n. 2, pp. 95-98); Sacre rappresentazioni inglesi (Firenze 1950); E. Pound, Patria mia (ibid. 1958); e ancora la Dickinson in Poesie e lettere (ibid. 1961 con numerose ristampe anche delle Lettere) e nell'edizione completa delle Poesie (Milano 1979 e 1982; con, oltre alla traduzione, introduzione, premessa al testo e note); Jessica Powers, Luogo di splendore(Città del Vaticano 1982); Elizabeth Bishop, L'arte di perdere (Milano 1982); Edith Sitwell, Una vita protetta (ibid. 1989). Dall'approfondimento critico degli autori tradotti provengono articoli e saggi pubblicati su riviste e successivamente raccolti anche in volume: Studi su Eliot (Milano 1975), Studi su poeti e narratori americani (Cagliari 1978).

Nel 1946 uscì a Firenze, presso Vallecchi, la sua prima raccolta di poesie: La sabbia e l'angelo; la G. aveva trovato in N. Lisi, cugino della madre, colui che l'aveva incoraggiata nel suo lavoro e l'aveva presentata all'editore.

Secondo un'affermazione della stessa G. la necessità di scrivere si era manifestata in lei come alternativa al dolore e alla morte con cui la guerra l'aveva messa a confronto. E, a proposito di questo libro d'esordio, la G. confessò poi, confermando la sua incompatibilità con l'ermetismo: "Avevo capito […] che i miei interessi erano soprattutto di contenuto; che le parole per me valevano per il loro senso ordinario e corrente, di scambio, […] e che la mia ricerca […] avrebbe dovuto svolgersi in un accostamento drammatico di significati, anziché in un accostamento magico di suoni" (in Poesia italiana contemporanea (1909-1959), a cura di G. Spagnoletti, Parma 1959). Nella raccolta già appaiono immagini-simbolo e riflessioni che sarebbero tornate nei lavori successivi: il vivere, di cui si avverte l'impeto, non è che un andare verso la fine, tutto si trasforma in arida sabbia o in pietra e l'Angelo, figura ambivalente di vita e di morte, è chiamato a indicare l'ineluttabilità di questo cammino e la possibile salvezza in un "altrove".

Dopo essersi dedicata per pochi anni all'insegnamento del latino e del greco nelle scuole secondarie, la G. passò a quello dell'inglese; nel 1948 ricevette, ex aequo con S. Penna, il premio "Le Grazie" per cinque poesie inedite. Nel 1949 sposò il sociologo Luca Pinna, da cui ebbe tre figli: Lorenzo (1950), Antonio (1951-95) ed Elisa (1956).

La sua seconda opera Morte del ricco, uscì, anch'essa a Firenze, nel 1954. Si tratta di un oratorio ispirato al cap. 16 del Vangelo di Luca, in cui è narrata la parabola del "ricco cattivo" (Epulone) e del "povero Lazzaro".

Nel clima di discussione circa l'impegno dell'artista nel sociale degli anni successivi alla guerra, la G. era intervenuta sia esponendo teoricamente la sua posizione (vedi Letteratura e società, in La Città, I [1949], 3, pp. 1 s.; e Impegno e autonomia, in L'Esperienza poetica, luglio-dicembre 1954, n. 3-4, pp. 69-72), sia esprimendola negli scritti poetici: in Morte del ricco, come in altre opere successive, ella prende su di sé la sofferenza del più debole, dell'oppresso e denuncia la violenza in ogni sua forma, secondo una concezione etico-politica cristiana che fu anche di G. La Pira e del "personnalisme" di E. Mounier (di cui tradusse nel 1951 L'avventura cristiana). Tuttavia la G. distingue fra l'artista - che, in quanto uomo, non deve chiudersi davanti ai problemi della società, ma anzi deve viverli - e l'opera, che acquista significato solo se in grado di trascendere l'attualità contingente e la caducità della cronaca.

Nel 1957 la G. iniziò una collaborazione col quotidiano romano Il Popolo (durata fino al 1964) e pubblicò Giorno dei santi (Milano, premio Carducci), cui fece seguito Paglia e polvere (Padova 1961), che raccoglie poesie "sedimentate durante vent'anni e più della sua vita" e ritrovate in occasione del trasferimento a Roma con la famiglia, nel 1958, per impegni di lavoro del marito.

I motivi ricorrenti della poesia della G., inseriti in momenti diversi, si delineano in queste due opere accomunati da una malinconica musicalità: il nascere e il morire, i ricordi che scandiscono il tempo, i fremiti che attraversano il corpo e la mente per l'attesa di un figlio, il dolore di vivere che diventa preghiera, sono espressi con toni sommessi, con i colori della quotidianità, senza escludere una più vasta apertura verso ogni tragedia umana.

A Roma continuò la sua attività di insegnante e traduttrice, di saggista e pubblicista. Ma incominciò anche, per la G., un decennio di grave sofferenza psichica durante il quale entrò in crisi il suo matrimonio (crisi testimoniata dalle dieci poesie di Un cono d'ombra - premio Cervia 1965 - ora nella sezione Poesie disperse, in M. Guidacci, Le poesie, a cura di M. Del Serra, Firenze 1999, pp. 509-512) e che culminò nel ricovero in una clinica neurologica.

La G. definì questo periodo il suo "Nadir, il punto di maggiore desolazione anche nella vita" (vedi Poesia come un albero, in Trasgressioni di marzo. Donne e poesia. Atti del III Convegno… 1987, a cura di A. Santoliquido, Bari 1988, pp. 33-41) e di nuovo la poesia divenne lo specchio dell'esperienza vissuta. Le fasi di questa "caduta nel buio" si ritrovano nelle tre raccolte poetiche: Un cammino incerto, con versione francese a fronte di A. Praillet (Luxembourg 1970), Neurosuite (Vicenza 1970) e Terra senza orologi (Milano 1973). Il superamento della fase più critica si coglie già in Taccuino slavo (Vicenza 1976), scritto in occasione di due viaggi in Jugoslavia (1972 e 1973). Nel 1977 pubblicò Il vuoto e le forme(con prefaz. di L. Baldacci, Quarto d'Altimo).

La raccolta nasce nel segno della difficile lotta per creare "forme" nella resistenza del "vuoto". Una sezione del libro (Il muro e il grido), dedicata alle vittime del golpe che nel 1973 travolse S. Allende e il popolo cileno, conferma la partecipazione civile della G. ai tragici avvenimenti di quegli anni.

Nel 1976 lasciò l'insegnamento nei licei passando alla cattedra di letteratura anglo-americana prima presso l'Università di Macerata (1976) quindi, dal 1981, nella Libera Università Maria Ss. Assunta di Roma. Tra il 1977 e il 1979 perse il marito e la madre, con la quale aveva sempre vissuto anche dopo il matrimonio. Nel decennio successivo pubblicò a ritmo serrato numerose raccolte poetiche: L'altare di Isenheim (Milano 1980), L'orologio di Bologna (Firenze 1981), Inno alla gioia (ibid. 1983), La Via Crucis dell'umanità. Meditazione in versi su quindici bassorilievi in bronzo di L. Rosito (ibid. 1984), Liber Fulguralis, con testo a fronte in inglese di Ruth Feldman (Messina 1986), Poesie per poeti (Milano 1987), Una breve misura (Chieti 1988), Il buio e lo splendore (Milano 1989).

In questi lavori della piena maturità l'ispirazione fondamentalmente religiosa della G. perde i primitivi caratteri di esperienza tutta interiore per acquistare una dimensione umana e una capacità comunicativa più ampie.

La prima opera si ispira al polittico di M. Grünewald che la G. vide a Colmar, rimanendone fortemente colpita: ogni pannello (AnnunciazioneCrocifissioneRisurrezioneecc.), e la figura stessa dell'artista diventano motivo di meditazione e di approfondimento di significati; seguono altre due sezioni: Un addio, per la morte del marito, e Plus, in cui la forma poetica, priva di segni d'interpunzione - formula insolita nello stile della G. -, si aggroviglia e s'insegue nella ripetizione di versi, mentre ripercorre il cammino umano attraverso il divenire della storia fino alla nascita dell'"erede di Hiroscima".

L'orologio di Bologna e La Via Crucisdell'umanità nacquero dal cordoglio per le vittime innocenti della strage di Bologna (2 ag. 1980) e per quelle di ogni epoca. Inno alla gioia si apre con una poesia del 1945 e a quel lontano periodo della vita della G. si riallaccia, in quanto legato al rinnovato incontro con il suo primo amore: le poesie seguono come un diario i momenti e i pensieri che scandiscono le fasi di questa "felicità respirabile", di questa "risurrezione". Il buio e lo splendore è l'ultimo libro pubblicato in vita dalla G. ed è strettamente collegato all'Inno alla gioia e quindi all'amore ritrovato. Diviso in tre parti (SibyllaeBauci a Filemone e Il porgitore di stelle) sviluppa una complessa trama di rimandi mitologici, letterari, storici e astronomici che s'intrecciano a quelli autobiografici; ne scaturisce una tematica in cui vengono accolti gli echi della cultura classica e di quella dantesca, fino alle suggestioni del Foscolo e del Leopardi in cui viene armoniosamente inserito il riferimento al dato personale.

Nel gennaio 1990, di ritorno da un viaggio a Parigi, la G. fu colpita da un ictus cerebrale che la lasciò gravemente impedita nell'uso degli arti e, in parte, della parola, sebbene la mente fosse rimasta lucida. Poco prima di morire fece pervenire il dattiloscritto di Anelli del tempo all'editrice Città di vita, che poi avrebbe pubblicato l'opera (Firenze 1993): epilogo e ripresa di tutti i temi cari alla scrittrice, conchiuso dalla prosa Autunno. Postume sono uscite anche: La parola e le immagini, a cura di M. Ghilardi (ibid. 1999); Prose e interviste, a cura di I. Rabatti (Pistoia 1999); La voce dell'acqua. Quaderno di traduzioni, a cura di G. Battaglia - I. Rabatti (ibid. 2002). Da ricordare ancora la collaborazione della G. a L'Osservatore romano, dal 1982 al 1989, e la traduzione di opere di K. Wojtyla, papa Giovanni Paolo II, in collaborazione con Aleksandra Kurczab: Pietra di luce (Città del Vaticano 1979); Il sapore del pane (ibid. 1979); Giobbe e altri inediti (ibid. 1982).

Morì a Roma il 19 giugno 1992.

(da Treccani)

Fonti e Bibl.: Necr. in Corriere della sera, 20 giugno 1992 (L. Baldacci); M. Guidacci, Le poesie, cit., riporta un'ampia bibliografia di tutte le opere della e sulla G.; D. Camiciotti, M. G., una vita di fedeltà all'amore, in Città di vita, LIV (1999), 6, pp. 591-606; M. Ghilardi, Semi d'inverno. Il libro disperso di M. G., in Per D. De Robertis. Studi offerti dagli allievi fiorentini, Firenze 2000, pp. 121-139; Per M. G. Atti delle Giornate di studio… 1999, a cura di M. Ghilardi (con bibl. degli scritti della G. della stessa curatrice), Firenze 2001.

 

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