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Sonetti tratti dal Poema "Storia Nostra" di Cesare Pascarella

CLXX Anniversario della caduta della Seconda Repubblica Romana


L'assedio de Roma


CLVII

E noi come sentissimo er cannone
Ch’era l’allarme de li tradimenti,
Trombe!... tamburri! ... Fra la confusione
De staffette, de strilli, de lamenti,

Se seppe che er nemico era padrone
Già der Casino de li Quattro Venti.
Pe’ riportaje via la posizione
Se cominciorno li combattimenti.

E dar primo momento che sorgeva
La luce, che s’uscì for da le Porte,
Fino all’urtimo che ce se vedeva,

Se fece tutto!... Ma nun ce fu verso
De spuntalla! Fu preso pe’ tre vorte
De fila e pe’ tre vorte fu riperso.

CLVIII

Eppure, come daveno er segnale
(Mentre da le finestre e le ferrate
Veniva giù l’inferno!), dar viale
Se rimontava su le scalinate;

S’entrava ner portone, pe’ le scale,
Pe’ le camere, fra le baricate
De sedie e tavolini, pe’ le sale,
A mozzichi, a spintoni, a sciabolate,

Co’ qualunqu’arma, come se poteva,
Fra fiamme, foco, strilli, sangue, morte,
Se cacciaveno via; se rivinceva;

Se rivinceva; ma nun ce fu verso
De spuntalla. Fu preso pe’ tre vorte
De fila e pe’ tre vorte fu riperso.

CLIX

L’urtima, er tetto in cima già fumava;
Travi, soffitti, mura s’abbruciaveno,
Pe’ le camere ormai se camminava
Su li morti che se carbonizzaveno;

E a ‘gni razzo, a ‘gni bomba che schioppava
Ne le camere che se sfracellaveno,
Mentre che se feriva e s’ammazzava,
Travi, soffitti... giù!, se sprofonnaveno.

E pure, sai? Finché nun fu distrutto,
Finché ce furno muri, scale, porte
Pe’ ripotecce entrà’, se provò tutto;

Se provò tutto; ma nun ce fu verso
De spuntalla. Fu preso pe’ tre vorte
De fila e pe’ tre vorte fu riperso.

CLX

E perduta che fu la posizione,
Che se pò dì’ se l’ereno rubata,
Per quanto ch’uno avesse l’intenzione
Che la difesa fosse seguitata,

Nun c’era più da stasse a fa’ illusione:
Perché ‘na vorta persa la giornata
Der tre giugno, pe’ Roma era questione
De tempo, ma la sorte era segnata.

Perché, senza contà’ la gente morta,
Er terribile ch’era succeduto
Era che, de noi antri, for de Porta

Nun c’era più che Medici ar Vascello.
Er resto tutto quanto era perduto.
Nun ce restava in piede antro che quello.

CLXI

Ma ce rimase lì fino a la fine:
Fin che er muro, li sassi, li mattoni,
Fin che le pietre de li cornicioni
Nun staveno giù drento a le cantine.

E lì, fra assarti, mine, contromine,
Tutti li reggimenti e li cannoni,
Fin che nun volle lui, non furno boni
De fallo scegne’ giù da le rovine.

Ché, dar principio che ce s’era messo,
Più loro li francesi ce provaveno
A cacciallo, e più lui sempre lo stesso.

Imperterrito sempre e sempre in cima
A le macerie, se lo ritrovaveno
‘Gni giorno sempre lì peggio de prima.

CLXII

E per quanto ‘na forza strapotente
Lo strignesse così, ch’uno pensava
Che, insomma, via, nun fosse umanamente
Possibile de stacce, lui ce stava.

E più che quello lì lo subissava
De ferro e foco e j’ammazzava gente,
Più che j’annava sotto e l’intimava
De lassallo, e più lui Medici gnente.

Lo lassò. Solo all’urtimo momento;
Ma perché Garibardi, da le Mura
J’impose de lassallo e tornà’ drento.

Allora lo lassò. Sortanto allora;
Si no, Medici, quello era figura
Che lì ar Vascello ce starebbe ancora.

CLXXVII

Razzi e bombe fioccaveno! Ma pure
Framezzo a le rovine e li sfaceli
De li palazzi, in mezzo a le paure
De quell’urtimi strazi più crudeli,

Nun se cedeva. E er Pincio e l’antre arture,
La Trinità de Monti... a l’Areceli
S’empiveno de donne e de crature
Che cantaveno l’inni de Mameli.

Li cantaveno tutti! E intanto quello (1)
Che li scriveva, consunto dar male,
Co’ na gamba taiata, poverello!,

Dar giorno che fu fatta la sortita
Der tre giugno, languiva a l’ospedale
In un fonno de letto in fin de vita.

(1) E intanto quello: Goffredo Mameli

 

CLXXXI

E come risentivi dì’: Fratelli 
D’Italia
..., rivedevi tutti quanti
Co’ l’accétte,li sassi, li cortelli,
Corre’ a le Mura e ributtasse avanti:

Tutti li rivedevi!... Fino quelli
Chiusi ne l’ospedali, agonizzanti,
Li rivedevi pallidi, tremanti
Scegne’ da letto e uscì’ da li cancelli;

Rivedevi li morti insanguinati
Che riapriveno l’occhi, se riarzaveno
Da per terra dov’ereno cascati,

E senza sentì’ più li patimenti
De le ferite, se ristracinaveno
Su le Mura e moriveno contenti.




Cesare Pascarèlla - Poeta dialettale (Roma 1858 - ivi 1940). Fra i più significativi esponenti dei «XXV della Campagna Romana», P. dal 1930 fece parte dell'Accademia d'Italia. A consacrare definitivamente la sua fama di poeta furono i 25 sonetti di Villa Gloria, che meritarono il favore della critica e affermarono la profonda originalità la natura epica dei suoi versi. P. non fu un poeta epigrammatico e riuscì benissimo a raccontare senza nulla perdere nell'intensità del tono lirico. È la sua stessa visione che, a differenza di quella di G. G. Belli, tende a rappresentare lo svolgimento nel tempo, e di qui, oltre che dalla perfetta capacità di rivivere la situazione quale a lui apparve, derivano l'intima vitalità e la singolare efficacia dei suoi versi. Del dialetto, inoltre, egli non fece un fine a sé stesso: nella parlata romanesca trovò soprattutto un elemento intimamente congeniale alla sua sensibilità. Perciò nella sua poesia il dialetto ha tutta l'immediatezza dell'espressione naturale, nonostante il lunghissimo lavoro a cui, con senso critico molto sottile, P. assoggetta i suoi versi, portandoli a un'aderenza perfetta ai minimi moti del suo animo, a un'ampiezza, dignità ed espressività di suono, che pongono tutte le varie collane di sonetti al livello della migliore poesia dialettale italiano.

VITA E OPERE Si fece dapprima conoscere come pittore e disegnatore, specialmente animalista, fra i più significativi del gruppo dei «XXV della Campagna Romana», entrando in contatto con gli artisti e letterati che, intorno al 1880, facevano capo all'editore A. Sommaruga e al Capitan Fracassa. E in questo giornale cominciò a pubblicare i suoi sonetti in dialetto romanesco, fra cui quelli formanti i poemetti Er morto de campagna (1881) e La serenata (1882), che comprendono, in una sintesi vigorosa, già tutti gli elementi della sua poesia: in particolare la tendenza a epicizzare il fatto di cronaca e il quadro d'ambiente, non al modo di Belli, da cui P. pur prende le mosse, ma secondo un senso romantico della storia che gli veniva da Carducci, affidando il racconto a un popolano trasteverino che ne è il protagonista o il testimone. Seguì nel 1886 Villa Gloria, poema in 25 sonetti, rievocante l'eroica impresa dei fratelli Cairoli. Grandemente elogiato da Carducci, esso consacrò la sua fama di poeta. Ma la vena umoristica, che non è meno autentica, in P., di quella triste o tragica, gli dettò, alcuni anni dopo (1894), i sonetti, sempre articolati in poema, di La scoperta de l'America, dove le avventure di Colombo vengono narrate dal consueto aedo popolare con tale partecipazione, che quella storia remota diventa storia d'oggi e quasi sua vicenda personale. E dopo la Scoperta, che per l'equilibrio dei vari elementi e la maggiore rispondenza fra contenuto e forma dialettale è da considerare la sua opera più felice, P. attese, per tutto il rimanente della vita, alla composizione di un vasto poema sulla storia d'Italia (Storia nostra), dalla fondazione/">fondazione di Roma all'unità, che però lasciò incompiuto e lacunoso (267 sonetti dei 350 previsti; pubblicati postumi nel 1941). Esso riprende l'intonazione epica di Villa Gloria, ma l'ispirazione stanca e intermittente rende più che mai palese la necessità, insita in tutta la poesia di P. - per la sua stessa natura drammatica e parlata - di essere integrata dalla recitazione (e infatti P., ottimo dicitore, amò spesso recitare in pubblico i propri versi). Egli scrisse anche poesie in lingua: bozzetti, diari di viaggio, ecc., ricchi di tipi, scene e notazioni di paesaggio assai belli. Le sue opere, che, lui vivente, ebbero numerose edizioni, sono ora raccolte nel vol. I sonetti - Storia nostra - Le prose (1955). Nel 1961 sono stati pubblicati gli inediti, vivaci Taccuini di viaggi in India (1885), in città italiane (1895), in Argentina (1899-1900), in Abissinia(1902). (da Treccani)

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