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Noi che facciamo? di Rocco Scotellaro

Rocco Scotellaro

Noi che facciamo?

Ci hanno gridata la croce addosso i padroni

per tutto che accade e anche per le frane

che vanno scivolando sulle argille.

Noi che facciamo? All’alba stiamo zitti

nelle piazze per essere comprati,

la sera è il ritorno nelle file

scortati dagli uomini a cavallo,

e sono i nostri compagni la notte

coricati all’addiaccio con le pecore.

Neppure dovremmo ammassarci a cantare,

neppure leggerci i fogli stampati

dove sta scritto bene di noi!

Noi siamo i deboli degli anni lontani

quando i borghi si dettero in fiamme

dal Castello intristito.

Noi siamo figli dei padri ridotti in catene.

Noi che facciamo?

Ancora ci chiamano fratelli nelle Chiese

ma voi avete la vostra cappella

gentilizia da dove ci guardate.

E smettete quell’occhio

smettete la minaccia,

anche le mandrie fuggono l’addiaccio

per qualche stelo fondo nella neve.

Sentireste la nostra dura parte

in quel giorno che fossimo agguerriti

in quello stesso Castello intristito.

Anche le mandrie rompono gli stabbi

per voi che armate della vostra rabbia. Noi che facciamo?

Noi pur cantiamo la canzone

della vostra redenzione.

Per dove ci portate lì c’è l’abisso, l’ì c’è il ciglione.

Noi siamo le povere pecore savie dei nostri padroni.

Rocco Scotellaro
Biografia

SCOTELLARO, Rocco. – Nacque a Tricarico (Matera) il 19 aprile 1923 da Vincenzo, calzolaio, e da Francesca Armento, sarta casalinga che scriveva lettere per gli emigrati.

Frequentò le scuole elementari dapprima a Tricarico, trasferendosi poi presso il convitto dei cappuccini di Sicignano degli Alburni e quindi di Cava de’ Tirreni. Il successivo percorso scolastico fu un continuo vagare tra Matera, Tricarico, Potenza, Trento, dove ebbe come docente Giovanni Gozzer e acquisì le prime conoscenze teoriche sul socialismo. Conseguita la maturità nel 1942, si iscrisse alla facoltà di giurisprudenza dell’Università di Roma, facendo l’istitutore in un collegio di Tivoli per mantenersi agli studi. Il passaggio all’Università di Napoli e poi di Bari non servì a conseguire la laurea, anche perché la morte del padre lo costrinse a rientrare in paese dove, dalla drammatica realtà contadina, fu mosso all’impegno politico. Classificatosi al secondo posto nel convegno letterario dei Ludi lucani della cultura nella primavera del 1943, con un discorso non in linea con gli indirizzi ufficiali, il 4 dicembre successivo si iscrisse al Partito socialista italiano (PSI).

Svolse per tre anni attività sindacale e politica, anche nel Comitato di liberazione nazionale (CLN) di Tricarico, e fu eletto sindaco alle elezioni amministrative del 1946; nel maggio dello stesso anno, in occasione della campagna per la Repubblica, conobbe Carlo Levi e Manlio Rossi-Doria. Nel gennaio del 1947 fu nominato dal Partito ispettore regionale per il lavoro giovanile. Il suo mandato di sindaco può definirsi una «paradigmatica esperienza pedagogica» (Mazzarone, 1999, p. 8) tesa e in grado di trasformare l’attività amministrativa in forme concrete di democrazia partecipata. Entrato in rapporti con il Movimento Comunità di Adriano Olivetti, per un certo periodo beneficiò di una borsa di studio e collaborò alla rivista Comunità.

L’8 febbraio 1950 fu arrestato per un presunto delitto di concussione con riferimento a episodi che risalivano a qualche anno prima; il 24 marzo 1950 la Sezione istruttoria della corte di appello di Potenza lo prosciolse, rispetto ai diversi capi di imputazione, per non aver commesso il fatto e perché il fatto non costituisce reato. Ordinandone la scarcerazione, la sentenza fece esplicito riferimento alla ‘vendetta politica’. Provato dalla dura esperienza, nel maggio del 1950 si dimise da sindaco e andò via da Tricarico. Dopo una breve esperienza presso la casa editrice Einaudi, fu chiamato da Rossi-Doria all’Osservatorio di economia agraria di Portici, dove partecipò agli studi preliminari per il piano regionale della Basilicata, commissionato dall’Associazione per lo sviluppo industriale del Mezzogiorno (SVIMEZ). Nel dicembre del 1952 si recò in Calabria con Levi per valutare gli effetti della riforma agraria, su cui scrisse appunti e considerazioni molto interessanti; nel 1953 avviò contatti con Carlo Cassola, Aldo Capitini e altri esponenti toscani di Giustizia e Libertà.

Morì il 15 dicembre 1953, a Portici, stroncato da un infarto.

La scomparsa così precoce, a soli trent’anni, contribuì senza dubbio a creare il ‘caso’; ma è la congiuntura storica del secondo dopoguerra, con l’annessa questione contadina e meridionale in genere, a fornire la spiegazione dell’eclatante successo e le ragioni per cui ancor oggi Scotellaro occupa un posto affatto particolare nelle storie letterarie.

Le opere di Scotellaro – tranne alcune anticipazioni in giornali e riviste di poesie, articoli e racconti – furono tutte pubblicate postume.

È fatto giorno, prima raccolta poetica uscita per Mondadori (Milano 1954), fu insignita con il premio Viareggio: vi si coglie l’annuncio di una nuova alba rappresentata dall’ingresso nella storia dei contadini meridionali entro un peculiare rapporto con il neorealismo per cui vige una poetica inclusiva e democratica. La felice congiunzione di sostrato antropologico e tradizione letteraria alta dà forma a un linguaggio nuovo (Martelli, 1988, pp. 95-97). ‘Poeta contadino’ Scotellaro lo fu come Sergej Esenin e Attila Jószef, «due dei più raffinati artisti della moderna poesia europea» (Montale, 1954). La sua poesia è attraversata dall’amore per la terra lucana cui si oppone a tratti una ventata di disamore, di non raggiunta pienezza, in linea con quelle «coppie antitetiche» individuate dalla critica, quale segno delle contraddizioni dell’autore e della società da cui proviene (cfr. Fortini, 1974, p. 55).

Nel maggio del 1953 Vito Laterza propose a Scotellaro un libro sui contadini meridionali, cui egli si dedicò negli ultimi mesi senza tuttavia portarlo a termine; il lavoro apparve a stampa nel 1954, nelle parti già approntate, con il titolo Contadini del Sud. Lo scritto Per un libro su “I contadini e la loro cultura” chiarisce natura, metodo e finalità del progetto; dal momento che la cultura italiana ignorava «la storia autonoma dei contadini» nei diversi aspetti, occorreva porvi rimedio attraverso «la via più diretta dell’intervista e del racconto autobiografico» (L’uva puttanella. Contadini del Sud, a cura di F. Vitelli, 1986, p. 341). Di base per questa ricerca servì la collaborazione con George Peck e Friedrich G. Friedmann, nonché l’esperienza al Centro di sociologia rurale di Portici con Gilberto Antonio Marselli. La morte improvvisa pregiudicò la completa rappresentatività della ricerca, il che spiega anche l’assenza del contadino combattivo (peraltro già individuato a Irsina), rimproverata da parte comunista. Il libro si risolve in un attestato di sociologia poetica, nel senso che nella costruzione delle vite agisce la «mediazione dello scrittore» che reinventa le immagini (Dell’Aquila, 1982, p. 230).

Nel 1955 apparve, sempre da Laterza, L’uva puttanella, il romanzo ovvero ‘memoriale’ probabilmente concepito in carcere e poi esploso nella scrittura con l’allontanamento dal paese. Anch’esso rimasto interrotto, doveva muoversi tra l’inchiesta e l’autobiografia, venendo a stabilire sicure intersezioni con Contadini del Sud. La natura frammentaria del libro non è disconoscibile, anche se prospetta, allo stato, un grande affresco della vita del Mezzogiorno in chiave autobiografica. Rimangono nella memoria le pagine dense che raccontano l’esperienza carceraria, specie quelle sulla lettura del Cristo si è fermato a Eboli, perché lì viene a realizzarsi un riconoscimento reciproco tra Scotellaro e i contadini, tra Scotellaro e Levi, il fratellastro cui lo lega «l’amore della somiglianza». La metafora del titolo servì a connotare tutte le potenzialità inespresse del Mezzogiorno; non era il gusto della minorità, perché gli acini piccoli e apireni dell’uva puttanella, quando giungono a maturazione, danno un succo più dolce.

Nel 1974 Carlo Levi raccolse in volume, con il titolo Uno si distrae al bivio, nove racconti che, insieme agli altri inediti e dispersi (di recente recuperati da Dell’Aquila, 2016, pp. 772-792), definiscono il corpus narrativo dell’autore. Si tratta di racconti d’ambiente in cui prevale talvolta un esubero di realismo, ma ugualmente innervati da una vena inquieta il cui fascino è determinato dalle incertezze colte al bivio di scelte esistenziali e storiche, e che insieme formano una sorta di romanzo di formazione.

Opere. È fatto giorno, prefazione di C. Levi, Milano 1954 (edizione rivista e integrata a cura di F. Vitelli, Milano 1982); Contadini del Sud, prefazione di M. Rossi-Doria, Bari 1954; L’uva puttanella, prefazione di C. Levi, Bari 1955; L’uva puttanella. Contadini del Sud, prefazione di C. Levi, Bari 1964 (nuova edizione, a cura di F. Vitelli, Roma-Bari 1986); Uno si distrae al bivio, prefazione di C. Levi, Roma-Matera 1974; Margherite e rosolacci, a cura di F. Vitelli e con prefazione di M. Rossi-Doria, Milano 1978; Giovani soli, a cura di R. Toneatto, con prefazione di L. Sacco, Matera 1984; Scuole di Basilicata, postfazione di P. Toscano, Napoli-Brienza 1999. Si veda inoltre l’edizione di Tutte le poesie, a cura di F. Vitelli, con introduzione di M. Cucchi, Milano 2004.

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