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Ursula Hirschmann

Ursula Hirschmann nasce a Berlino il 2 settembre 1913 in una famiglia ebrea non praticante. Il padre Carl è medico chirurgo, originario della Prussia occidentale, la madre Marcuse discende da una famiglia di banchieri di Francoforte. Primogenita, ha due fratelli, Otto Albert e Eva Estelle. Un rapporto conflittuale sempre, quello con la madre, fino alla fine dell’esistenza di lei. Scrive a tal proposito:

“Non l’ho amata, e per quanto risalga indietro con la memoria, trovo il mio sforzo di essere diversa da lei, e più tardi di proteggere la mia vita, il mio essere diversa da lei. Ma la sua morte non mi ha spaventata. È stata selvaggia, come la sua vita, e malgrado tutto mi sono riconosciuta in essa. Se non faccio attenzione, morirò come lei, selvaggiamente, senza rendermene conto, innamorata della vita malgrado tutte le paure, impreparata”.

Giovanissima si impegna attivamente insieme al fratello nel cosiddetto Fronte di Ferro, l’alleanza fra la SPD e i gruppi socialisti e democratici, fino all’avvento del nazismo, lasciando poi la capitale tedesca alla volta di Parigi, in una esperienza totalizzante condivisa con tanti altri esuli come lei. Mesi segnati da incontri significativi e importanti, come quello con Renzo Giua, che aveva lasciato l’Italia dopo il carcere per attività antifascista. Giovane inquieto e spirito libero, insegna a Ursula la critica e l’arguzia, l’atteggiamento dissacrante nei confronti dei fuoriusciti e di una militanza troppo rigida e severa.

Negli anni parigini, rivede il giovane filosofo ebreo, conosciuto a Berlino nel 1932, Eugenio Colorni, con il quale condivide amicizia e poi affetto e amore. Lo raggiunge a Trieste, nei primi mesi del 1935. Eugenio interrompe lo stanco legame con la fidanzata e presto vivranno insieme, si sposeranno. Dalla loro unione nasceranno tre figlie, Silvia, Renata, Eva, in circostanze precarie e difficoltose. Eugenio viene arrestato e poi inviato al confino a Ventotene e successivamente a Melfi. Ursula lo segue a Ventotene, che lascerà solo per brevi periodo per partorire o per sostenere esami alla Facoltà di Filologia moderna dell’Università di Venezia, dove si laureerà con il punteggio di 110 e lode il 30 ottobre 1939.

Nel tempo trascorso sull’isola partecipa attivamente al dibattito, e alla stesura con Eugenio Colorni, Ernesto Rossi e Altiero Spinelli, del Manifesto di Ventotene; aderisce con convinzione alla causa federalista, contribuisce insieme ad altre donne alla sua diffusione sulla terraferma, in particolare all’uscita dall’isola del documento, nascosto e portato via in circostanze rocambolesche, e poi tradotto da lei in particolare in tedesco. Nell’isola Ursula stringe amicizia con altre donne, in particolare con Ada Rossi, anch’ella antifascista, moglie di Ernesto, sposato in carcere anni prima, con la quale manterrà un importante legame di affetto per tutta la vita.

Ci restano di quel periodo lettere molto interessanti tra Colorni e la moglie, che testimoniano lo scambio intellettuale intenso tra di loro, ma anche un’idea di amore oltre gli stereotipi dell’epoca. Un amore che si trasformerà in profondo affetto, accompagnato poi da crisi e difficoltà, e lascerà spazio all’incontro a Ventotene con Altiero Spinelli, anche lui confinato nell’isola, un sentimento rimosso per un certo tempo, poi accettato e riconosciuto in tutta la sua forza e passione. Si ritroveranno dopo la tragica morte di Colorni a Roma per mano della banda Koch nel maggio 1944 a pochi giorni dalla liberazione della città. Dalla profonda, intensa e duratura storia con Spinelli, nasceranno altre tre figlie, Diana, Barbara e Sara.

Inizierà per Ursula un intenso periodo fatto di viaggi, sconfinamenti, impegni e attività frenetica prima in Svizzera, in una fuga pericolosa dall’Italia, poi a Parigi con Altiero sotto falso nome, a organizzare attività federaliste e un importante convegno a cui parteciperanno Albert Camus, Emmanuel Mounier e George Orwell. Ursula si definirà una déracinée, una donna senza patria, che ha cambiato più volte frontiera che di scarpe, parafrasando Bertold Brecht, che non ha nulla da perdere se non le proprie catene, e pertanto l’Europa non può che essere la propria casa e il proprio progetto.

Alla fine della guerra continua il suo impegno, a fianco di Spinelli, tra Roma e Bruxelles, fino alla costituzione nel 1975 del gruppo Femmes pour l’Europe, in un originale percorso di riflessione che afferma man mano il ruolo delle donne nel processo europeo, fatto di emancipazione e consapevolezza, capace di portare come scrive “una dimensione umana secondo il nostro modo di pensare”. Qualche tempo dopo una emorragia cerebrale la lascerà per molto tempo provata e immobile e priva dell’uso della voce, che con impegno e inaudito sforzo, riacquisterà parzialmente negli anni a venire, anche grazie all’aiuto e al sostegno della figlia Renata, all’amore di Spinelli, e alla musica, tanto apprezzata, fonte di guarigione e salvezza. Nel 1987 si iscrive al Partito radicale, sempre con la consapevolezza critica e originale che la caratterizza. Una capacità che l’ha accompagnata per tutta la sua esistenza, fatta di passione e impegno instancabile.

“Soffro o sono felice secondo le costellazioni e ai colpi della vita rispondo con uno sviluppo nuovo, ma cerco di ovattarli per sentire meno il male. […] Sono così”.

Ursula Hirschmann ha saputo insegnare alle figlie e alle tante donne che ha incontrato nel corso della sua esistenza, il coraggio di essere libere, e con formidabile intelligenza ha accompagnato molti loro percorsi. Ha saputo affrontare le difficoltà che la vita le ha posto, riconoscendo le sue fragilità, le sue potenzialità, ma anche la capacità di adattarsi e riformulare l’esistenza man mano che il tempo trascorreva. Riconoscendo talvolta i sensi di colpa rispetto alle figlie che talora ha dovuto abbandonare per percorrere la strada dell’impegno politico e intellettuale. Difficili scelte, che hanno lasciato strascichi di sofferenza, in un tentativo faticoso di coniugare tutte le identità, o in taluni casi scegliendo dolorosamente alcune di esse. È la vita delle donne che hanno attraversato il Novecento e le sue tragedie, ma anche le opportunità che di volta in volta si son presentate a loro. Un’esistenza in serramento, in sconfinamenti, in superamenti di confini e di barriere reali e esistenziali, e la scelta di praticare l’amore, che salva. Come afferma Ursula: ”Ma noi possiamo soltanto amare. Non per bontà, non per senso religioso, ma perché è l’unico modo di restare nella realtà”.

Ursula Hirschmann muore a Roma l’8 gennaio 1991, ed è seppellita nel cimitero acattolico della capitale.

Un albero a lei è dedicato nel Giardino dei Giusti a Villa Pamphili a Roma, tra altri che le tengono compagnia, dedicati alla giovane ebrea olandese Etty Hillesum, morta ad Auschwitz, alla danese Karen Jeppe, che salvò tanti armeni perseguitati, e ad altri impegnati come lei nel progetto di una Europa unita, capace di accettare le diversità come arricchimento, di superare i confini, i nazionalismi. Un’Europa accogliente e democratica fino in fondo, oltre le dichiarazioni formali. La casa che tutti e ognuno di noi può abitare e nella quale vivere in pace e con dignità.

“Giorni fa, in una riunione politica, ho capito di colpo perché per me fosse tanto più facile essere ‘europea’ che per altri. Dovevo parlare e mi sono accorta che non avevo nemmeno più una lingua a mia disposizione. L’italiano che parlo da tanti anni mi è rimasto sempre estraneo; non ho mai voluto addentrarmici troppo per non perdere la mia lingua: il tedesco. […] Questa mancanza di lingua non è tutto: non sono italiana benché abbia figli italiani, non sono tedesca benché la Germania una volta fosse la mia patria. E non sono nemmeno ebrea, benché sia un puro caso se non sono stata arrestata e poi bruciata in uno dei forni di qualche campo di sterminio”.

Ursula, la donna che ha creduto in una Europa unita, e perciò era una federalista convinta, come tanti e tante altre come lei, che hanno attraversato quel secolo breve: il Novecento.

Tratto da Encliclopediadelledonne.it

 

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